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Patrimonio tangibile e intangibile

La liuteria classica cremonese, ieri e oggi

La capacità di costruire strumenti ad arco di raffinata fattura trova radici nel Rinascimento, ma la sua origine è ancora un mistero. Le città dove la liuteria si sviluppa inizialmente sono due: Brescia e Cremona. I liutai bresciani nel Cinquecento sono molti e lavorano principalmente strumenti di grandi dimensioni, come viole e contrabbassi, e si rivolgono a un’utenza non eccessivamente esigente. A Cremona, invece, il mercato inizialmente è appannaggio di una sola famiglia, gli Amati, che producono strumenti di altissima qualità e che per questo riescono a soddisfare le richieste di corti italiane e straniere. La stessa Caterina de’ Medici, madre dell’allora giovanissimo re di Francia Carlo IX, commissiona ad Andrea alcuni strumenti. Data l’importanza della committenza non vengono risparmiati sforzi e il risultato sono cinque capolavori progettati, costruiti, rifiniti e decorati con massima cura e grande raffinatezza.

Se Andrea Amati definisce cosa sia un violino e ne stabilisce i canoni validi ancora oggi, è ai suoi figli che si devono le sperimentazioni sulla sonorità degli strumenti, grazie ai lavori che conducevano a stretto contatto con i musicisti dell’epoca. Siamo agli inizi degli anni ’30 del Seicento quando Nicolò, nipote di Andrea, rileva l’attività che era stata del padre e del nonno: si tratta della bottega liutaria più rinomata del mondo in un periodo in cui la richiesta per nuovi strumenti è enorme. Fra l’altro in quegli stessi anni a Brescia si spengono gli ultimi eredi della tradizione liutaria locale e da allora in poi chi cerca un violino di alta qualità deve per forza rivolgersi a Cremona.

Il fervore artigianale del Cinquecento e l’alta qualità della liuteria cremonese continua fino al 1770 circa con le grandi famiglie Amati, Bergonzi, Guarneri, e in particolar modo con Antonio Stradivari.

In seguito le botteghe liutarie spariscono e il lavoro dei grandi maestri va in gran parte perduto. Questo crea da una parte un vuoto, ma anche un immediato desiderio di ricerca: i manufatti dei maestri diventano oggetto di particolare interesse per liutai e musicisti, e anche per i commercianti.

Lo stesso Paolo Stradivari, ultimogenito di Antonio, che non si era dedicato alla liuteria, quando eredita dai fratelli il patrimonio che era stato del padre, ne sfrutta le potenzialità commerciali, vendendo strumenti, attrezzi, forme e progetti. La maggior parte della collezione è acquistata intorno al 1775 dal conte Ignazio Cozio di Salabue, il primo grande intenditore e collezionista di strumenti musicali di cui si abbia notizia. Questi, consapevole dello straordinario valore dei reperti, mantiene saldamente unita la collezione e la studia con passione. Anche in questo caso, tuttavia, nel 1920, i suoi eredi vendono il grande patrimonio al liutaio bolognese Giuseppe Fiorini che, per fortuna, la conserva integra, oltre a copiare con grande successo gli strumenti di Stradivari, tramandandone così tecniche e metodi.